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Le Streghe di Garlet | Leggende Agordine

Le Streghe di Garlet | Leggende Agordine

Le Streghe di Garlet

Leggenda della Conca Agordina

 

La leggenda che segue appartiene al repertorio tradizionale del Comune di La Valle Agordina e racconta la storia di due fratelli molto diversi: uno è un grande lavoratore e una persona onesta e buona, l’altro è un mascalzone sempre in cerca di scorciatoie e fondamentalmente corrotto. La morale, piuttosto ovvia, è che la malizia e la disonestà non pagano, anzi.

Leggende Agordine - Le Streghe di Garlet
Maschera lignea esposta nella frazione di Conaggia a La Valle Agordina

Molto tempo fa, vivevano a La Valle due fratelli; benché cresciuti assieme, erano molto dissimili: uno era un gran lavoratore, onesto e sollecito, e aveva una famiglia numerosa e, seppur molto povera, molto felice. L’altro era invece odioso, egoista, taccagno ed invidioso ed era pertanto sempre da solo.

Il fratello buono si dava sempre un gran da fare per provvedere alla sua numerosa famiglia, mentre il fratello cercava sempre sotterfugi per non lavorare ed espedienti fraudolenti per arricchirsi alle spalle degli altri.

Il fratello operoso fu colto una sera dal tramonto mentre cercava di rientrare a casa da una giornata di lavoro; pensò che fosse più sicuro fermarsi a dormire nel bosco che provare ad attraversarlo nell’oscurità ed esponendosi a tutti i pericoli notturni. Giunto nei pressi dei prati di Garlet, decise di pernottare su un grande albero che ivi si ergeva, issandosi sulla biforcazione dei rami e sistemandosi alla meglio per passare la notte. Nonostante la scomodità della sistemazione, l’uomo era abituato a poche comodità, e prima che se ne accorgesse, si addormentò profondamente.

La luna era alta nel cielo quando l’uomo venne destato da un coro di risate orribili, urla inumane e voci stridule. Scoprì così con grande raccapriccio che, proprio alla base di quell’albero sui prati di Garlet, si stava svolgendo un sabba selvaggio, al quale partecipavano ripugnanti streghe riunite a consesso nel celebrare i loro grotteschi e disgustosi riti notturni.

Ora, era ben noto a tutti, e anche al nostro eroe, che avere la sfortuna di imbattersi in un sabba poteva costare molto caro: in passato anche chi aveva avuta salva la vita dopo una simile esperienza non era tornato lo stesso e ne aveva portato i segni per tutto il resto della propria esistenza. L’uomo fu colto dal panico ed iniziò a tremare; tremò talmente tanto che il movimento dei rami non sfuggì alle megere.

La strega più brutta e arcigna, probabilmente il capo dell’immondo consesso, gli intimò quindi di scendere immediatamente. L’uomo non osò opporsi al comando e, sconvolto ed atterrito, scese in mezzo alle fattucchiere, che lo osservavano crudeli. Spiegò che era stato colto dal buio, e che aveva pensato fosse saggio dormire li, su quell’albero; disse che aveva famiglia e implorò le streghe di non fargli del male.

Le streghe, che tutto già conoscevano, non solo non lo castigarono per essersi intromesso nel loro festino bestiale, ma addirittura diedero all’uomo un sacchetto pieno di monete d’oro, premiando la sua onestà e la sua grande operosità. Gli permisero di andarsene senza conseguenze e gli intimarono sinistramente di non farsi mai più vedere dopo il crepuscolo in quel luogo.

Rientrato a casa nella frazione di Cugnago, l’uomo raccontò ancora incredulo la sua storia alla moglie ed ai figli, i quali, ancor più increduli, rimasero a bocca aperta osservando il sacchetto d’oro che il capofamiglia aveva portato a casa. Eccitati da quella ricchezza inaspettata, si misero a fare progetti su come avrebbero investito quei denari.

Per capire a quanto ammontasse la loro fortuna, pensarono di pesare l’oro e farne una stima. Non avendo una bilancia, pensarono di chiederla allo zio, ovvero al fratello del nostro eroe. Quando questi venne interpellato con la richiesta di prestare la propria bilancia, il fratello egoista pensò che fosse davvero strana quella richiesta: suo fratello era uno straccione, cosa mai avrebbe dovuto pesare? Decise così di scoprirlo.

Prestò quindi la bilancia al fratello, non prima di aver applicato della resina sul piatto; durante la pesa, una piccola moneta d’oro si appiccicò alla resina e non venne notata, tanto che la bilancia fu restituita al fratello odioso con ancora la monetina attaccata. Capì quindi che si trattava di oro e tanto fece e tanto si impegnò che venne infine a sapere tutto della notte a Garlet e del dono delle streghe.

Pensò che, se le streghe avevano non solo risparmiato il suo sciocco fratello, ma addirittura lo avevano ricompensato con quel regalo, certamente a lui, che molto più valeva, avrebbero fatto un dono ancora più grande. Si recò quindi al crepuscolo sui prati di Garlet presso il grande albero e attese che il sabba fosse convocato. Quando la luna fu alta nel cielo, le orrende fattucchiere cominciarono a radunarsi alla base dell’albero ed a preparare la loro festa ultraterrena.

Non ci volle molto perché la strega capo si accorgesse della spia. Tra urla rabbiose e maledizioni, le fattucchiere fecero scendere il malcapitato, il quale, stupidamente, pensava di poterle rabbonire profondendosi in inchini e false riverenze e spendendo ipocriti apprezzamenti e lusinghe, convinto che a lui sarebbe toccato un dono molto cospicuo.

Ma quei demoni, che tutto conoscevano, pesarono in un istante la bontà delle sue intenzioni e la valenza delle sue parole: decisero quindi di dare al fratello disonesto una lezione esemplare.

Fu così che al mattino, chi lo vide rientrare a La Valle fece non poca fatica a riconoscerlo, e le voci dicono che, da quel giorno, il disgraziato non solo cambiò completamente aspetto, ma anche che desistette da qualsiasi atto di vile furberia, inganno o altro pensiero negativo finché ebbe vita.

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