
La Lum de le Aurone
Leggenda della Valle di Fodom
La leggenda che segue appartiene al patrimonio folcloristico del Comune Agordino di Livinallongo del Col di Lana. Questo breve racconto popolare tratta dei pericoli legati all’avarizia ed insegna a dare il giusto peso alle cose nella vita.

Un tempo viveva in un podere a Pezzei, nel feudo di Livinallongo, un facoltoso vicario statale. L’uomo, apprezzato da tutti i concittadini per le proprie doti morali e personali, viveva in condizione di grande agiatezza, grazie agli incarichi pubblici dei quali era insignito ed ai numerosi possedimenti ed alle rendite che questi generavano. Era uno degli abitanti più benestanti di Fodom ed era amato e rispettato per il suo senso di giustizia e lo spirito pratico.
Un giorno, mentre stava svolgendo un sopralluogo presso una delle sue tenute presso Ornella, il nostro protagonista si sedette per riposare ai piedi di un grande albero, sotto al quale si trovavano alcuni massi. Una delle rocce qui presenti, chissà per quale motivo, attirò l’attenzione dell’uomo, il quale non poté esimersi dall’esaminarla con attenzione; smossa dal terreno, l’uomo venne accecato da un bagliore improvviso, del quale comprese immediatamente l’origine: con immenso stupore, l’uomo rinvenne da sotto il masso una grande quantità di monete e pezzi d’oro, contenuti in antiche e strane anfore. Sbalordito dal rinvenimento, l’uomo decise di prendere solo qualche moneta e di seppellire nuovamente il tesoro sotto la roccia.
L’uomo, nei giorni seguenti, non raccontò a nessuno della sua scoperta, ma non riportò a valle solo alcune monete: il seme di qualcosa di molto più pericoloso stava germogliando nella sua mente. Accecato dalla vista dell’oro, l’uomo iniziò a tormentarsi pensando a come ingrandire ulteriormente quella fortuna: iniziò quindi a vendere le proprietà di famiglia, incurante delle obiezioni dei familiari, ed ad accumulare le sue ricchezze sotto la roccia ad Ornella.
Dopo ogni deposito, la sua sete di oro si rinnovava e si rafforzava, facendogli progressivamente perdere aderenza con la realtà e costringendolo a dedicarsi anima e corpo all’accrescimento del suo tesoro. Il compito divenne un’insana mania, un’ossessione che lo allontanò pian piano da tutte le sue amicizie, dagli affetti e dalle cariche di pubblica rappresentanza. Al contempo, la fissazione dell’oro produsse un effetto deleterio sull’uomo, rendendolo improvvisamente vecchio e sfinendo le sue energie.
Fu così che un giorno, dopo aver venduto alcuni dei suoi animali, il nostro protagonista si stava recando a depositare i suoi guadagni presso il nascondiglio ad Ornella; lui non lo sapeva, ma era seguito a distanza da uno dei suoi figli, il quale, preoccupato per il tracollo del padre, lo seguiva per accertarsi che stesse bene e per capire cosa facesse sempre in quel podere. Ad un tratto, il vecchio mise il piede in fallo, scivolò in un punto molto sfortunato e ruzzolò per molti metri a valle; il figlio, pur sopraggiunto prontamente in soccorso del padre, non poté fare nulla per salvare la vita del vecchio, che morì senza riprendere conoscenza e senza dire una sola parola al figlio. Il vecchio si portò quindi nella tomba il segreto dell’oro e del nascondiglio sotto l’albero nel podere di Ornella, ad eccezione delle poche monete che aveva in tasca quando morì.
Invano, i familiari dell’uomo misero a soqquadro il podere di Ornella e tutti i poderi rimasti in loro possesso, senza trovare mai il tesoro. Si narra però che, in qualche notte senza luna, sia possibile vedere verso Ornella, in una località da allora rinominata Bosc de le Aurone (“Bosco dell’Oro”), il bagliore di una luce: le leggende vogliono sia l’anima dannata del vecchio, imprigionata nel nostro mondo, in perenne ricerca del suo perduto tesoro.

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