
Le Cavestrane
Leggenda della Val del Mis
La leggenda delle Cavestrane (o Kavestrane) è un racconto popolare dolomitico assolutamente analoga alla leggenda della Donaza e del Donazin che abbiamo riportato per il vicino Comune di Rocca Pietore.
La vicenda narra dello sfortunato incontro di un umano con delle terribili e potenti creature malefiche dalla natura soprannaturale, dal quale il primo si sottrae tramite l’astuzia e la prontezza di riflessi.
La leggenda, chiaramente, serviva ad insegnare ai bimbi ad essere svegli e soprattutto preparati alle insidie che si nascondono laddove meno le si aspetta.

Una giovane ragazza di Gosaldo era intenta a procurarsi della legna nel bosco e lavorava già da un po’ di buona lena e senza badare troppo a ciò che le accadeva intorno. Fu così che, all’improvviso, la giovane si trovò davanti tre figure a dir poco spaventose: tre disgustose megere le si erano infatti fatte appresso, erano vestite di stracci ed avevano il viso sfigurato da orribili lineamenti. Non ci volle molto perché la ragazza realizzasse che si trattava delle Cavestrane, terribili spiriti della foresta il cui incontro era sempre foriero di brutti accadimenti. Il loro potere sovrannaturale era ben noto, perciò la giovane pensò che scappare non avrebbe portato alcun risultato.
“Come ti chiami, piccola?“, le chiesero le streghe.
“Sono io!“, rispose la ragazza prontamente.
“Cosa fai nel nostro bosco?“, continuarono le Cavestrane.
“Beh, lo vedete da voi: sto spaccando legna” aggiunse la ragazza, fingendo di non dare troppo peso a quella conversazione.
“Spacca la legna!!!“, ridacchiarono le megere tra loro, facendosi più vicine.
“Anzi, sono piuttosto occupata.“, proseguì la ragazza con nonchalance. “Se non avete da fare, vi andrebbe di darmi una mano con questo tronco?“.
“Darle una mano!!!” scoppiarono a ridere le Cavestrane, facendosi ancora più vicine e ridendo tra loro.
“Si! Ho dimenticato i cunei e mi serve una mano con questo tronco. Ci vorrà solo un momento“.
La ragazza vibrò un colpo d’ascia ed aprì una prima fenditura nel tronco che le stava davanti.
“Una di voi signore metterebbe le mani nella fessura per farmi recuperare l’ascia?“, chiese candidamente la ragazza. Una delle Cavestrane infilò divertita le dita nel tronco.
La ragazza diede un secondo colpo al tronco, allargando leggermente lo spacco.
“Bene così. Gentili signore, un’altra di voi mi aiuterebbe a recuperare l’ascia?”
Così una seconda strega mise le mani nella fessura del tronco.
La giovane piantò nuovamente l’ascia nel tronco, e chiede:
“Gentile signora, mi darebbe una mano ad estrarre l’ascia dal tronco?“.
La terza megera mise anch’ella le dita nella fessura del tronco.
Stavolta la giovane fu pronta a ritrarre l’ascia di scatto. La feritoia del tronco si richiuse rapidamente, stritolando le dita delle Cavestrane nel richiudersi. Le streghe non poterono impedire alla ragazza di scappare a gambe levate, avendo le mani imprigionate nella trappola così improvvisata, e la maledirono in tutte le maniere possibili mentre la guardavano allontanarsi, impotenti.
Le grida delle megere attirarono però altre Cavestrane, che accorsero sul posto.
“Sorelle, chi è il responsabile di questo brutto tiro?“, chiesero.
“Sono io!” risposero le streghe imprigionate, ripetendo quello che aveva detto loro la ragazza.
“Se siete state voi a imprigionarvi, allora sarete voi a liberarvi!“, dissero le altre Cavestrane, andandosene infastidite.
Fu così che le Cavestrane rimasero lì, con le mani incastrate nel tronco, urlanti di dolore e umiliate dall’astuzia e dalla prontezza di riflessi di una ragazza.

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