Miniere dell'Agordino attività mineraria in Agordino

Miniere dell’Agordino attività mineraria in Agordino

Storie di Uomini e di Miniere all’ombra delle Dolomiti

 

Nonostante i cambiamenti socio-economici occorsi negli ultimi decenni abbiamo irrimediabilmente modificato l’aspetto della società agordina ed il suo approccio alla vita ed al lavoro, secoli di operosa attività mineraria sono estremamente difficili da cancellare e destinare all’oblio della storia.

 

Ad oltre 60 anni dalla chiusura dell’ultima miniera del territorio, l’Agordino rimane per gli addetti ai lavori non solo il Cuore delle Dolomiti, ma anche il fulcro delle più importanti attività minerarie della zona dolomitica dal Medioevo in avanti. E sebbene siano a disposizione del lettore curioso opere tecniche e scientifiche ben più complete ed interessanti dei testi prodotti dalle nostre limitate conoscenze di blogger dolomitici, abbiamo comunque deciso di destinare alle Miniere dell’Agordino una sezione specifica del nostro sito, anche in considerazione dell’estrema scarsezza di fonti consultabili online sull’argomento.

In questa sezione del nostro sito andremo quindi a parlare brevemente dell’attività estrattiva e metallurgica agordina, premurandoci di includere i link alle specifiche attrazioni storiche o attività connesse, a beneficio dei visitatori del Cuore delle Dolomiti. Qualora le curiosità del lettore fossero insoddisfatte dopo la lettura della pagina, alleghiamo in calce i contatti di una serie di Enti o professionisti qualificati che saranno ben lieti di fugare ogni eventuale dubbio a riguardo.

L’Agordino e le sue Miniere

 

Nonostante al giorno d’oggi turismo e industria dell’occhiale assorbano la maggior parte della forza lavoro, per interi secoli la maggioranza degli Agordini si è occupata di estrazione mineraria, metallurgia e lavori nell’indotto minerario.

Ai primissimi cercatori di minerali, romani o nomadi prevalentemente proveninenti dalle nazione tedescofone, non sfuggì la grande ricchezza metallifera del suolo agordino; situandosi infatti a cavallo di una fondamentale linea di discontinuità strutturale nota come Falia della Valsugana, l’Agordino presenta numerosi facili accessi a giacimenti metalliferi sotterranei. Fu probabilmente proprio osservando la posizione dei depositi metallici evidenziati dalle acque primaverili che vennero individuati i primi luoghi di ricerca e scavo.

Con fasi alterne, la produzione di metalli proseguì in Agordino fino alla seconda metà del XX Secolo; ai tanti momenti di difficoltà (le piene dei fiumi, solo per citarne uno, erano un grosso ostacolo al proseguimento degli scavi minerari) seguirono fasi di prestigio, durante le quali ingenti quantità di metallo venivano prodotti dagli altoforni agordini (al massimo della produzione, ad esempio, il Centro Minerario di Valle Imperina arrivò a soddisfare il 50% del fabbisogno di rame della Repubblica Serenissima di Venezia).

Vediamo ora insieme alcune tappe del lungo cammino dell’uomo alla ricerca di minerali metalliferi nel Cuore delle Dolomiti.

Piccola cronistoria della ricerca mineraria in Agordino

 

Le origini del complicato rapporto tra uomini e metalli nel Cuore delle Dolomiti si perde tra le nebbie del tempo. Ci sono studi molto interessanti che coinvolgono i Centri Minerari agordini e che presto, speriamo, ci aiuteranno a gettare luce sulle fasi più oscure di questo rapporto; per il momento, tuttavia, dobbiamo basarci solo sulle testimonianze storiche in nostro possesso o su congetture prodotte da esperti del settore, che fortunatamente non mancano in Agordino.

Quindi, sebbene le nostre teorie ci portino a pensare ad uno sfruttamento romano dei giacimenti agordini, la prima testimonianza storica nella quale ci si riferisca all’attività mineraria in territorio Agordino risale all’A.D. 1177 nell’editto con il quale Federico Barbarossa concede l’usufrutto dei giacimenti di siderite manganesifera del Monte Pore (Colle Santa Lucia) al Convento di Novacella nel vicino Tirolo.

Già nel 1263 viene attestata la presenza di forni fusori nel territorio di Alleghe e Caprile; si tratta di piccoli impianti proto-industriali che lavoravano principalmente la siderite manganesifera acquistata dalle vicinissime miniere tirolesi del Fursil (Colle Santa Lucia). Proprio il possesso delle Miniere del Fursil e delle risorse naturali genererà diverse famose schermaglie tra tirolesi e veneziani (si pensi ad esempio all’invasione di Caprile del 1447. Alleghe specializzò le proprie attività produttive nella realizzazione di coltelli e strumenti chirurgici.

La breve parentesi degli Avoscani (vedi Storia dell’Agordino per approfondire) vide l’acquisizione da parte della famiglia di San Tomaso Agordino delle Miniere del Fursil nel 1316. Il prezioso ferro manganesifero passò da mano tirolese agli Avoscani, per poi tornare poco dopo la caduta di Guadagnino in mano tirolese.

A Canale d’Agordo, noto al tempo come Forno di Canale, si stabilì un altro importantissimo centro metallurgico del territorio agordino; gli altoforni di Canale lavoravano rame ed altri minerari metalliferi estratti dalle cave di Xais (Sais) e Sass Negher. L’importanza del complesso industriale crebbe a tal punto che nel 1458 Canale d’Agordo ebbe la sua chiesa sganciandosi dagli altri villaggi della Val Biois.

Parallelamente all’Alto Agordino, lo sfruttamento dei giacimenti metalliferi agordini procede speditamente anche in Conca Agordina ed in Valle del Mis. Nel 1411, appena fondata, la Repubblica Serenissima di Venezia si premura di studiare approfonditamente le cave di calcopirite della Val Imperina e realizza una famosa mappa dello stato degli scavi in quel momento. Tale mappa è il fondamento teorico per avanzare l’ipotesi di uno sfruttamento plurisecolare del giacimento precedente all’insediamento della Serenissima in loco. Nonostante l’interesse di Venezia per l’Agordino, le Miniere di Val Imperina stentano a far decollare i volumi produttivi, complici gestioni poco accorte e casalinghe dei giacimenti, opera di avventurieri ed imprenditori rapaci come il celebre Venediger.

Solo con la gestione di Francesco Crotta (dal 1615), imprenditore lombardo che acquisì titoli nobiliari presso la Serenissima, Val Imperina inizia a produrre rame in quantità sempre più vantaggiose. L’incremento della produttività delle miniere delle Conca Agordina fu dovuto in minima parte agli investimenti della gestione Crotta e dipese principalmente dall’introduzione della polvere da sparo nello scavo delle gallerie.

La Serenissima Repubblica di Venezia giocò un ruolo determinante nella storia mineraria dolomitica del XVII Secolo. Se all’inizio del Seicento in Agordino operavano circa una decina di impianti proto-industriali per la lavorazione dei metalli, l’appoggio che Venezia garantì alla Famiglia Crotta sentenziò il prevalere del Centro Minerario di Valle Imperina su buona parte delle strutture agordine. Il motivo è presto detto: per alimentare gli altoforni serviva carbone, ricavato con la tecnica del pojàt (o ajàl) e l’Agordino disponeva di risorse boschive limitate, per quanto notevoli. Quando i Crotta si trovarono a dover litigare per il legname con, ad esempio, i forni fusori di San Lucano, Venezia intervenne per salvaguardare Francesco Crotta ed i suoi eredi. In conseguenza di questo, l’importanza di molti impianti agordini divenne secondaria e molti si avviarono verso il declino.

Piccoli giacimenti d’oro e risorse maggiori di cinabro (dal quale si ricavava il mercurio) erano noti da tempo nei pressi di Vallalta in Val del Mis, tra gli attuali Comuni di Gosaldo e Sagron Mis. Alla confluenza dei fiumi Mis e Pezzea furono avviate ricerche minerarie e piccole attività estrattive già nel XVI Secolo ad opera del convento della Certosa di Vedana (Sedico), poi dal 1740 proseguite da imprenditori autorizzati dalla Serenissima.

Nel 1748 una piena dei fiumi Liera e Biois distrugge completamente il complesso minerario di Forno di Canale (oggi Canale d’Agordo), sentenziando de facto la fine dell’attività estrattiva in Val Biois. Il centro della Val Biois continuerà comunque a chiamarsi Forno di Canale, fino agli anni ’60 del XX Secolo.

Ricerche minerarie sul Monte Pore ripresero nel 1938 da parte dell’impresa Breda di Milano; probabilmente le ricerche non furono affatto vantaggiose, tant’è che ogni ulteriore tentativo di scavo fu abbandonato nel 1945.

Nel 1963, una piena dei fiumi Mis e Pezzea causa l’allagamento delle gallerie minerarie del Centro Minerario di Vallalta. Muoiono tre dipendenti della miniera, che viene definitivamente chiusa.

Nel 1966 una tremenda alluvione spazza via buona parte delle abitazioni e fabbricati agordini situati nei pressi dei torrenti; vengono distrutti completamente il Centro Minerario di Vallalta (con l’annessa frazione di California, che sarà evacuata, e le vicine frazioni di Gena) ed il Centro Minierario di Valle Imperina subisce danni notevoli che ne segnano il definitivo abbandono e chiusura.

I commenti sono chiusi.