L'Om Salvarech | Leggenda Agordina

L’Om Salvarech

Leggende delle Dolomiti Agordine

 

L’Om Salvarech (anche spesso riportanto anche come Om Selvarch) è una figura fantastica legata al folclore dolomitico della Conca Agordina. Questo personaggio è rappresentato tradizionalmente dalla figura di un’omone completamente ricoperto di vegetali che vive solitario e lontano dall’uomo, in comunione completa con la Natura, in caverne e nei boschi sul Colle Armarolo nel Comune di Rivamonte Agordino.

Ci sono una varietà di leggende, sparse trasversalmente in tutto il mondo, che raccontano l’esistenza di esseri simili (giganti bonari che abitano le foreste, si pensi per esempio al Bigfoot americano); sembra che questo topos sia molto comune in tutte le società rurali del passato. Qui trattiamo le leggende e i racconti riferiti alla nostra versione, cioè a questo curioso personaggio del folcore dolomitico.

Una di queste riguarda, come nel caso del Mazarol, l’insegnamento all’uomo delle tecniche di produzione casearie.

Durante una spaventosa tempesta primaverile, l’Om Salvarech vagava sotto il nubifragio in cerca di riparo e si imbattè casualmente nel casolare di un vecchio abitante di Rivamonte. Il curioso personaggio, di norma piuttosto schivo e diffidente verso gli uomini, spinse piano la porta ed entrò con cautela nella baracca. Sedette accanto al focolare, senza dire una parola, né il vecchio gli chiese alcunché, dato che era buona norma per gli uomini non rivolgere domande agli abitanti delle foreste. Perciò rimasero tutti e due in silenzio, mentre il vecchio proseguiva con le sue occupazioni.

L’Om Salvarech notò che il vecchio era intento a mondare il latte appena munto dalle impurità (gli “scat” in dialetto agordino); non appena il temporale cessò, l’Om Salvarech si alzò e uscì dalla casupola, sempre in rigoroso silenzio.

Tornò comunque poco dopo, con un pugno di erbe selvatiche in mano (secondo un’altra versione, sfruttando le piante che ricoprivano il suo corpo), e mostrò al vecchio, per riconoscenza dell’ospitalità ricevuta, come pulire la superficie del latte dagli scàt con la pianta, che da allora è nota come “colin” o “erba colina” (è il licopodio). La pianta era realmente utilizzata comunemente dai pastori agordini per questo scopo.

Altre varianti affermano che l’Om Salvarech abbia insegnato agli uomini anche la lavorazione del burro e dei formaggi, come nel caso del Mazarol.

Si dice che l’Om Salvarech scendesse allora in paese (Rivamonte) una volta l’anno, in Primavera, per ringraziare dell’ospitalità ricevuta. Gli Agordini lo attendevano e gli rendevano omaggio con una bella festa in suo onore, anche se nessuno, come da norma, osava rivolgergli la parola o chiedere la sua identità.

Si dice che l’Om Salvarch fosse foriero anche di un potere particolare, ovvero della fertilità; tutte le giovani che danzavano con lui rimanevano incinte nel corso dell’anno. Sia l’arrivo in primavera dell’Om Salvarech, sia il suo potere richiamano indiscutibilmente la celebrazione dell’arrivo della bella stagione, forse retaggio di culti antichi delle popolazioni delle Dolomiti.

Finché un anno, l’Om Salvarech non venne, e scomparve per sempre. Gli abitanti di Rivamonte Agordino continuarono comunque a celebrare la festa per anni, il giorno di San Marco (25 Aprile) o a ridosso della data, camuffando due giovani da “Om Salvarech” e compagna: li vestivano con un abito fatto di licopodio, un ramo di ciliegio in fiore sulla testa e un bastone di betulla, e attendevano trepidanti e festosi l’arrivo della coppia che arrivava barcollando dal bosco. I due personaggi inscenavano un primo ballo, dopodiché toccava alle ragazze del villaggio ballare con l’Om Salvarech e i giovani con la compagna di lui. A volte la coppia appariva anche accompagnata da due bimbi, sempre in costume di licopodio, e un terzo bimbo che indossava un Olt da Riva, una grottesca maschera in legno; quest’ultimo cavalcava un asino e scandiva l’arrivo dell’Om Salvarech e famiglia battendo su un tamburo. Nel rispetto della tradizione, ovviamente nessuno chiedeva chi del villaggio indossasse il costume; ma se qualcuno lo indovinava, l’Om Salvarech era costretto a svestirsi ed unirsi alla festa senza maschera.

 

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